Questione della nazionalità italiana nella letteratura italiana dell’Ottocento: prima e dopo il Risorgimento

La conquista dell’indipendenza politica e dell’unità nazionale era uno dei tratti caratterizzanti del XIX secolo in gran parte dì Europa. La Rivoluzione Francese e il Romanticismo erano i due canali ,attraverso cui, questi principi guadagnavano sempre più consensi e seguaci, soprattutto tra i giovani. In Italia, l’onda lunga delle Rivoluzioni, culminate nel Risorgimento, si segnalava come periodo dominato dall’entusiasmo, dal fervore e dalla lotta per l’affermazione dell’unità della patria. Nella versione italiana, il movimento nazionale si caratterizzava come movimento intellettuale[1], di scrittori e pensatori riuniti attorno alle riviste «Il Conciliatore» a Milano e «l’Antologia» a Firenze. Tuttavia, la formazione del Regno d’Italia aveva scatenato una ribellione e una forte contestazione  per i modi con cui venne attuata e definitiva concretamente la formazione dello Stato italiano. Prenderò ad esempio due scrittori Alessandro Manzoni e Federico de Roberto, artisti di due generazioni diverse, che avevano vissuto il pre e il post-Risorgimento.

Alessandro Manzoni apparteneva alla nuova generazione di scrittori romantici milanesi, radunati attorno al «Conciliatore», rivista attiva dal 1818 al 1819, fatta chiudere dagli Austriaci perché considerata veicolo di propaganda anti-asburgica. Obiettivo dei romantici era svecchiare l’universo letterario italiano, ancora incentrato sul modello classicista, introducendo dei generi letterari nuovi[2], in grado di raggiungere il pubblico popolare, che nel corso del XIX secolo si affacciava al mercato editoriale. Alla battaglia letteraria gli artisti milanesi univano la propaganda di idee e valori nazionali e patriottici, per spingere gli italiani alla lotta e alla liberazione dell’Italia, ancora in mano straniera. Tali idee dovevano passare necessariamente per un rinnovamento linguistico. La lingua italiana era ancora quella letteraria mentre le lingue d’uso erano i dialetti, diversi in ogni zona d’Italia. Grazie all’affermazione del romanzo, era possibile sperimentare una lingua nuova, viva, parlata  capace di incrementare il pubblico dei lettori attivi: donne su tutte.

Il Manzoni divenne uno dei punti di riferimento della nuova corrente di pensiero, grazie al successo riscosso dalle sue opere, tanto da diventare un vero e proprio maestro di italianità. La sperimentazione fu il marchio di fabbrica della sua attività poetica. Aveva cominciato con la rivoluzione della tragedia, genere classico per eccellenza. Precisamente, il Manzoni contestava la validità di due delle tre unità aristoteliche: quella di luogo e di tempo, colpevoli di rendere l’azione finta e non reale[3]; al contrario riteneva indispensabile l’unità di azione. A suo modo di vedere, le due regole falsavano la verisimiglianza, fine ultimo e supremo del genere tragico[4]. La storia doveva essere il serbatoio da cui attingere in quanto custode della varietà dei caratteri umani. Non a caso, per Manzoni «l’essenza della poesia non consiste nell’inventare fatti»[5] bensì nella descrizione del vero, radicata nella natura, che avvicinava il pubblico alla materia narrata. Così facendo il poeta, mediante la tragedia, illuminava la faccia nascosta della storia, esplorando la sfera dei sentimenti, delle intenzioni, delle passioni e delle volontà e delle decisioni dei grandi protagonisti dell’immaginario collettivo, che conosciamo soltanto per le mere azioni compiute[6]. Suddette riflessioni sono contenute nella Lettera al Marchese d’Azeglio e a Monsieur Chauvet, testi critici apparsi a difesa delle innovazioni presenti nelle sue tragedie: il Conte di Carmagnola (1816) e l’Adelchi (1821)[7]. Il tema dell’educazione all’italianità emerge prepotentemente dalle vicende degli italiani di ieri, sottomessi come nell’Ottocento, al giogo di potenze straniere, padrone del territorio italiano, narrate nei cori,definiti dallo stesso autore come cantucci del poeta[8]. Proprio i cori erano una delle novità più importanti dell’impianto narrativo proposto dallo sperimentatore milanese[9]. Nel coro dell’atto secondo del Carmagnola, il Manzoni invitava gli italiani a prendere coscienza della propria condizione, spingendoli alla riscossa, possibile a patto che fossero cessate le divisioni, le invidie e le rivalità tra i vari Stati italiani. Infatti le lotte fratricide, come insegnavano le vicissitudine del Quattrocento, non facevano altro che rafforzare il dominio straniero[10]. Nel coro dell’atto terzo  dell’Adelchi, l’inventore del romanzo storico, diffidava gli Italiani dal ricercare aiuti esterni per affermare i propri diritti nazionali; così facendo al vecchio padrone non sarebbe seguita l’instaurazione della libertà, bensì l’affermazione di un nuovo potere dispotico che si sarebbe sommato a quello antico[11]. Il riferimento al passato, il Quattrocento nel Carmagnola, il Medioevo nell’Adelchi, rappresentava una scelta obbligata per sfuggire alla rigida censura applicata dall’Austria per tenere a freno le ribellioni e la propaganda italiana nel Lombardo- Veneto. Tale idea nazionale era propositiva, rifacendosi agli errori del passato era possibile correggerli e conquistare l’autonomia e l’indipendenza dall’odiata Austria. Siffate parole condizionarono e alimentarono le speranze di intere generazioni di Italiani, che concretamente si opposero, durante le Guerre di Indipendenza[12], al potere asburgico. Compimento dell’idea di poesia come missione civilizzatrice[13] capace di raggiungere persone di diversi ceti sociali trovava la sua piena realizzazione nel primo romanzo italiano I Promessi sposi.

Diametralmente opposto era il bilancio sul Risorgimento redatto, a fine Ottocento, da Federico De Roberto in uno dei romanzi più avvincenti dell’Italia post-unitaria: I Viceré. Si tratta di un romanzo incalzante, che fotografava la situazione di una delle aree più insoddisfatte e insofferenti al nuovo dominio piemontese-italiano: la Sicilia. Precisamente, i sogni dei contadini che avevano preso le armi seguendo Garibaldi si erano ormai infranti sotto le fucilate di Bronte. Il mondo immutabile del Mezzogiorno era rimasto tale, i latifondisti spadroneggiavano oggi come ieri. Proprio il voltafaccia della classe dirigente isolana rivelava la vitalità di un ceto sociale – quello nobiliare – dato per perdente nei confronti del ceto borghese, artefice della rivoluzione unitaria. La scelta nobiliare di schierarsi con gli apparati corrotti del nuovo Stato unificato era maturata ad esclusiva tutela dei propri interessi personali. Come sostiene Vittorio Spinazzola, nell’Introduzione ai Viceré[14], la rigenerazione morale della classe politica italiana non solo non si era realizzata ma, possibilmente, quest’ultima era piombata in una cupa stagione contrassegnata dal trasformismo e dal clientelismo. La nobiltà, specie nel Mezzogiorno, aveva rafforzato la propria leadership; infatti, secondo Spinazzola

al paragone con la giovane borghesia nazionale, la vecchia nobiltà terriera risulta in definitiva vincente, perché meno mediocre, meno pusillanime, più dotata di energia vitale e vocazione al dominio […] infatti il narratore li mostra capaci di superare indenni il cambio di regime dai Borboni ai Savoia, non solo conservando ma addirittura accrescendo il proprio potere alle spalle di chi avrebbe dovuto spodestarli[15].

Consalvo Uzeda, protagonista del romanzo derobertiano, aveva portato a compimento la vittoria dei nobili sui borghesi. Secondo l’aristocrazia «fatta l’Italia dobbiamo fare gli affari nostri»[16], per utilizzare le parole del duca d’Oragua, deputato della Destra storica, uno dei tanti personaggi della folla derobertiana. Il Parlamento nazionale diveniva così il luogo della corruzione, del malaffare e dell’affermazione personale a discapito dell’interesse generale. Appare evidente come De Roberto sostenga la circolarità della storia, negando fortemente l’idea di progresso che dall’Illuminismo aveva caratterizzato il processo storico. Tutto deve cambiare perché nulla cambi, sembra vera la massima del Gattopardo: Borboni o Savoia non importa, conta solo il potere.

Il disinganno era talmente grande, che la popolazione contadina e non solo essa, sfogava il proprio malessere attraverso una vera e propria guerra civile: il brigantaggio.

Il Risorgimento alimentato dai sogni e dalle speranze di tanti giovani italiani, aveva portato solo all’unità politica non alla costruzione di un popolo e di una nazione italiana. La letteratura romantica fotografa l’entusiasmo e la partecipazione di tanti ragazzi, appassionati alle vicende nazionali. Quella verista ci consegnava, invece, l’immagine di un’intera generazione tradita dagli ideali per cui aveva lottato, raccontando il degrado degli organismi democratici italiani.

 

 

 

 


[1] Enrica Di Ciommo, I confini dell’identità. Teorie e modelli di nazione in Italia, Roma, Laterza, 2005, pp. 18-19.

[2] Arnaldo Di Benedetto, Dante e Manzoni. Studi e letture, Salerno, Pietro Laveglia editore, 1987, pp. 63-87. Saggio molto interessante per comprendere lo scontro tra classici e i romantici italiani sulla polemica innescata da Mme de Stael riguardo l’immobilismo e la chiusura degli ambienti letterari italiani.

[3] Adelaide Sozzi Casanova (a cura di), Alessandro Manzoni. Scritti di teoria letteraria, Milano, Biblioteca Universale Rizzoli, 1997 p. 47 (Prefazione al Carmagnola).

[4] Ivi, pp. 61-63. (Lettre à Monsieur Chauvet).

[5] Ivi, p. 109. (Lettre à Monsieur Chauvet)

[6] Ivi, p. 111. (Lettre à Monsieur Chauvet).

[7] Adelaide Sozzi Casanova (a cura di), Alessandro Manzoni. Scritti di teoria letteraria, cit.

[8] Ivi, p. 51. (Prefazione al Carmagnola).

[9] Ibidem.

[10] Giulio Bollati (a cura di), Alessandro Manzoni. Il conte di Carmagnola. L’Adelchi, Torino, Einaudi, 1973. (Coro Atto II Carmagnola).

[11]Ibidem. (Coro atto III Adelchi).

[12] Sul tema esiste una bibliografia sterminata. Segnalo il testo di Cristina di Belgioioso il 1848 a Milano e Venezia, Sandro Bortone (a cura di), Milano, Feltrinelli, 2011, che approfondisce gli errori di Carlo Alberto e del governo provvisorio installato a Milano. Originale l’intervento sul rifiuto della partecipazione alla guerra dei volontari e delle sue conseguenze. Inoltre Tommaso Detti, Giovanni Gozzini, Storia contemporanea vol. I, l’Ottocento, Milano, Mondadori, 2000, pp.124-127; pp. 168-183.

[13] Scopo della letteratura per Manzoni era «l’utile per iscopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo» in Adelaide Sozzi Casanova (a cura di), Alessandro Manzoni. Scritti di teoria letteraria, cit., p. 185 (Lettera al marchese d’Azeglio).

[14] Vittorio Spinazzola, Federico de Roberto e i suoi emuli in Federico de Roberto, I Viceré, Milano, Mondadori, 1991.

[15] Ivi, pp. X- XV.

[16] Ivi, p. VII.

Il mio nuovo MyBlog

Questo è un articolo (o post) di esempio per il tuo nuovo blog su MyBlog 🙂
Puoi modificarne titolo o testo, inserire immagini e video o, se vuoi, cancellarlo.
Inizia subito a scrivere sul tuo blog ciò che più ti piace e ti interessa, pensa alle persone che lo leggeranno (da pc, da smartphone e da tablet) e buoni post!
Altre informazioni nella guida. Per vedere gli altri blog vai qui.